ENURESI LA PIPI' A LETTO

A quale età il bambino smette di fare la pipì a letto? (domanda giunta per e-mail)

 

                                   Il bambino che fa pipì a letto

 

Enuresi notturna

 

  Per enuresi notturna si intende l’incapacità  del bambino  a controllare la minzione (cioè urinare) per lo più durante il sonno notturno (anche se ciò può accadere durante il sonno pomeridiano).

  Può essere anche diurna, mentre gioca, ad esempio, come può (anche se raramente) associarsi all’encopresi cioè all’emissione involontaria di feci.

  L’enuresi  diurna scompare intorno ai quattro anni di età mentre quella notturna prima dei sei anni.

    La  più comune è quella notturna, spesso familiare (risulta spesso essere stata presente in uno dei genitori o in un familiare stretto).

  L’enuresi viene – normalmente - classificata come primaria e secondaria.

   La primaria riguarda il bambino che non ha ancora raggiunto il  controllo della minzione (cioè di fare e non fare pipì) e questo dipende il più delle volte da un ritardo del processo maturativo.

   La secondaria è quando insorge dopo che il  bambino ha raggiunto il controllo vescicale, cioè non bagna più il letto, e poi, è ritornato a rifare la pipì a letto; in questo caso bisogna cercare se è insorta una malattia oppure se è subentrato un problema psicologico (“fenomeno di regressione”).

    Sia nel primo caso che nell’altro, bisogna per prima cosa escludere  la presenza o l’insorgenza di una malattia organica che abbia come sintomo l’enuresi !!!

   Poi bisogna pensare  che il bambino abbia o un ritardo del processo maturativo o un “disagio relazionale”.

  Comunque l’enuresi è un sintomo e non una malattia !!!

   Questo è fondamentale  perché “il sintomo” può essere l’espressione non di una sola malattia  ma di varie condizioni patologiche e psicologiche.

  Quando un bambino riesce a controllare l’atto della minzione (il fare la pipì appunto) questo è l’espressione che il suo sistema di controllo si è sviluppato, cioè è giunto a maturazione.

Nell’atto di fare o non fare la pipì il bambino usa un sistema formato da quattro gruppi di muscoli; i primi due (m. sfintere uretrale esterno e interno) sono  deputati alla contenzione, cioè a trattenere l’urina; mentre gli altri due, invece, favoriscono l’espulsione dell’urina (e questi sono il m. detrusore e i muscoli addominali).  Quando questi due sistemi sono giunti a maturazione, e questo avviene con il passare degli anni, si arriva al coordinamento detruso-sfinterico, cioè alla coordinazione contrazione-rilasciamento e questo permette  di  “controllare l’urina e/o ad emetterla quando vuole”, cioè  non fare la pipì o fare la pipì.

 Il bambino quando nasce non ha questo controllo e appena  l’urina giunge nella vescica questa viene emessa quasi immediatamente, cioè il suo ciclo minzionale è rappresentato da una fase di riempimento e da una fase di svuotamento della vescica. Questo comporta lo svuotamento quasi immediato della vescica. E’ per questo motivo  che il neonato fa spesso la pipì specie quando viene cambiato perché il momentaneo raffreddamento del corpo, specie nella regione lombo-sacrale (tenuto ben caldo dai cosiddetti pannolini e/o dagli indumenti) produce uno stimolo termico ad emettere l’urina.

   Con il divezzamento, in concomitanza cioè con l’ introduzione dei primi pasti solidi e quindi con meno contenuto idrico, la frequenza delle minzioni viene notevolmente rallentata: questo fenomeno può essere l’espressione di  un iniziale  controllo da parte del sistema nervoso centrale.

  Dopo il primo anno il processo maturativo generale compie  notevoli passi in avanti. Il bambino comincia a “sentire la pienezza” della sua vescica, cominciano a maturare le vie sensitive del sistema di controllo della minzione, come probabilmente comincia ad “avvertire” un senso di disagio nel sentirsi bagnato e questa condizione è, forse, uno stimolo  maggiore a cercare di evitare questa situazione di disagio.

 Pertanto diventa sempre meno frequente l’atto di far la pipì.

  Dopo i tre anni, circa, il bambino riesce a ”trattenere” volontariamente le urine per più ore  e tutto il sistema di controllo della minzione comincia ad essere sufficientemente efficiente.

  Solo dopo i quattro anni si ha una maggiore maturazione del sistema di controllo vescicale specie durante il giorno; subentra, durante questa età, anche il controllo volontario del muscoli accessori deputati all’espulsione dell’urina  cioè il diaframma e i muscoli addominali. Tale controllo  è più efficiente durante le ore diurne mentre durante il sonno (affievolendosi il controllo dei muscoli volontari) gli episodi di enuresi possono essere ancora presenti.

Passato quest’ultimo periodo si giunge, per la maggiore parte dei bambini, alla maturazione completa del controllo vescicale per cui anche durante il sonno il controllo di tale sistema può essere efficiente.    

Ciononostante gli episodi di enuresi possono  ancora presentarsi, anche se  sporadicamente, a volte favoriti da una maggiore ingestione di liquidi e/o di alimenti ricchi di acqua durante il pasto serale. E’ a tutti nota “l’enuresi notturna” , nei bambini, dopo ingestione serale di  cocomero.

Tutto  questo  processo maturativo (funzionale) può subire delle accelerazioni o dei ritardi  che possono derivare sia da fattori esterni  che da fattori insiti  nel processo maturativi stesso  del bambino.

 Numerosissimi per non dire infiniti sono stati  gli studi condotti per attribuire la causa o la concausa  dell’evento enuretico notturno.

 Tra questi primeggiano oltre ai fattori familiari (molto spesso, come ho già scritto, troviamo un genitore, un fratello o un parente stretto ad aver presentato lo stesso problema)  i fattori inerenti “l’affettività in generale” nei riguardi del bambino, ad esempio  il rapporto a volte alterato  madre-bambino, il rapporto affettivo che intercorre tra i genitori, tra i familiari, nell’ambiente sociale (tra questi non si possono trascurare  anche i fattori socio-culturali dell’ambiente stesso).

 Nei bambini più piccoli, dai tre ai cinque anni,  non è raro trovare un’alterazione del rapporto con la figura materna (la separazione prolungata dalla madre, per esempio, gelosie insorte con la nascita di un fratellino, atteggiamenti materni troppo possessivi e protettivi, metodi educativi troppo rigidi (specie per quello che riguarda “il vasino” ecc). In tutti questi casi può insorgere nel bambino una certa insicurezza  nel rapporto affettivo con la madre, e questo può determinare un rallentamento  nel raggiungimento della propria autonomia.

  Per spiegare ulteriormente il “rapporto affettivo”  si possono menzionare  le condizioni edipiche, i turbamenti generati da contrasti familiari… Ed infine  non si può non ricordare “la socializzazione”, cioè l’inserimento del bambino nell’ambiente scolastico che può far emergere problemi di relazione fra bambino ed ambiente scolastico, fra bambino e ambiente domestico e tra bambino e ambiente familiare.

Ecco quindi che l’enuresi in questi casi può essere l’espressione di una risposta (una volta si parlava di “contestazione inconscia” da parte del bambino) a  questi stress, a questi fattori cioè che egli vive come minacce alla sua autoaffermazione ed alla sua autonomia come figlio. In questi casi,   la modifica  del comportamento dei genitori (massimamente della madre che può andare da una maggiore partecipazione alla “vita” di suo figlio, alla partecipazione  ai suoi successi scolastici o ludici, il convivere con essi con una maggiore comprensione affettuosa) porta il più   delle volte alla scomparsa del disturbo stesso.

   Molti di questi fattori possono spiegare anche (anzi soprattutto), l’insorgenza dell’enuresi secondaria, cioè dell’enuresi che avviene dopo che il bambino aveva acquisito il controllo vescicale notturno.  Ma oltre alle componenti chiamiamole affettive, interfamiliari, non dobbiamo, ripeto, escludere la presenza di  una malattia organica che ha come sintomo l’enuresi stessa (ad esempio, un’infezione delle vie urinarie, l’insorgenza del diabete mellito, di una lesione neurologica, spina bifida  ecc.).